Chi ha paura della morte?

KaliAlcuni giorni fa ho pubblicato un post su Facebook che ha generato non pochi commenti e data l’importanza del tema trattato mi è sembrato opportuno approfondire l’argomento. Ecco il post così come l’ho pubblicato:

Una cara amica, ancora giovane, si sta preparando per lasciare il corpo con grande dignità e pace interiore. E’ davvero ammirabile la serenità che leggo nei suoi occhi.

Comprendo il dolore delle persone che le sono vicine perchè so che sentiranno la sua mancanza, ma non comprendo quelle persone che parlano di spiritualità e poi soffrono per lei, magari solo a parole. Ma santiddio, si parla tanto di anima immortale e poi piangiamo, anzichè festeggiare, quando una persona termina la sua esperienza terrena.

Se crediamo in un mondo spirituale, perchè vivere una vita di inconsapevolezza e affrontare poi la morte ancora inconsapevolmente?

Ricordo con amore le parole che il mio fratello di luce mi comunicò nel 1998 e che ho pubblicato nel libro Cronaca di un Risveglio Spirituale:

“Sarai orgoglioso della mia venuta….

Lungo il sentiero che porta a Dio si trova la Morte. E’ come girare l’angolo. Tutta la pesantezza cade e ti trovi finalmente libero dalle catene.

E’ stupido averne paura, la Morte libera l’anima che, finalmente, può tornare al Signore suo.

Sappi o uomo che la vita è un sogno, la morte è la veglia tra due sogni. Svegliati e la Morte sarà la tua liberazione.”

 

Non è facile parlare della morte perché si tratta di qualcosa di sconosciuto. È un tema che smuove le emozioni più profonde, dal dolore alla paura, fino al terrore, per questo vorrei affrontarlo usando, per quanto mi è possibile, il buon senso e basandomi su ciò che ho sperimentato in tanti anni di lavoro, prima di tutto su di me.

Inizierei questa analisi affrontando innanzitutto l’aspetto del dolore, per poi passare alla paura e lascerei come ultimo il tema del festeggiare la morte, perché ha senso solo se crediamo nell’anima e in una realtà spirituale.

Nonostante nel post abbia scritto che comprendo perfettamente il dolore che provano le persone che sono vicine alla persona defunta, alcuni hanno commentato sottolineando questo aspetto, invece di cogliere ciò che volevo dire e cioè che non comprendo chi parla di spiritualità e, non essendo toccato direttamente dalla perdita, invece di accogliere la scelta animica di chi se ne va, commenta con termini quali “povera”, “che destino”, e così via.

Lo ripeto, comprendo perfettamente il dolore legato alla perdita di un parente, soprattutto quando è un genitore, un coniuge, e ancora di più un figlio. È normale, è umano. Però anche su questo aspetto possiamo intraprendere una discussione serena.

Lo so che molti già conoscono Le 3 Menti Inconsce e il mio pensiero, ma devo partire dal presupposto che qualcuno potrebbe non aver letto il mio libro e non potrebbe dunque comprendere le basi su cui costruisco il ragionamento.

La scienza ha dimostrato (MacLean 1990) che nell’essere umano coesistono tre cervelli autonomi ed indipendenti: uno che si occupa esclusivamente del corpo, uno che gestisce i rapporti sociali attraverso le emozioni e uno che ci permette di pensare e usare la razionalità. Quest’ultimo cervello si è sviluppato soprattutto nel mammifero umano. Nel mio libro “Le 3 Menti Inconsce”, basandomi sull’evoluzione della vita sulla Terra, sostengo che questi tre cervelli in realtà sono tre coscienze, tre soggetti pensanti autonomi, ciascuno con i propri obiettivi da perseguire: il Sé fisico, il Sé istintivo e il Sé mentale. Tre menti che vengono chiamate erroneamente inconscio e da queste tre menti dipendono la malattia fisica, ma anche tutti i blocchi, le insicurezze, le emozioni negative, le fobie, le paure, gli ostacoli che troviamo sul nostro cammino e che ci impediscono di vivere felici e appagati.

Nell’essere umano c’è però una quarta coscienza, una coscienza che non è presente negli altri mammiferi e che ci permette di osservarci, di essere consapevoli del nostro agire, del nostro provare emozioni e del nostro pensare. Questa coscienza è l’Io osservatore, quella coscienza che per gli studiosi dorme per il 95-99% del tempo lasciandoci in balia del mammifero umano, che si manifesta con le ambizioni, le convinzioni, i giudizi, le rigidità, la razionalità, le aspettative del Sè mentale, con le pulsioni, il bisogno d’amore, le paure, le ansie, il dolore, la frustrazione, la rabbia, la pigrizia, la gioia, la voglia di giocare e la ricerca del piacere del Sè istintivo e, infine, con i bisogni primari come la fame, la sete, il sonno e l’impulso sessuale del Sè fisico.

Riguardo alle motivazioni che mi hanno portato a considerare l’Io osservatore come emanazione dell’anima – che è penetrata nel corpo per sperimentare la materia e, soprattutto, le emozioni – rimando al libro sopra citato. Per ora mi limiterei a riconoscere nell’essere umano la presenza di una coscienza “superiore” e a considerare il fatto che questa coscienza può insegnare alle coscienze inferiori nuovi modelli di pensiero e di comportamento, così come abbiamo potuto forse sperimentare personalmente e come insegnano da anni psicoterapeuti e formatori in ogni settore della vita

Ora torniamo al tema della morte e al dolore che ci provoca la perdita di una persona cara.

Una delle prime cose che possiamo osservare è che non tutti soffrono allo stesso modo. Ci sono persone che dopo alcuni giorni o settimane di lutto, tornano alla loro vita normale ricordando con dolcezza la persona defunta e persone che soffrono per anni, alcuni per tutta la vita. Perché? Già questa considerazione dovrebbe farci riflettere. Se da un lato è vero che ci possono essere diverse sensibilità, d’altra parte è altrettanto vero che, e ne ho conosciute parecchie, ci sono persone estremamente sensibili che hanno superato la morte di un familiare in un tempo relativamente breve.

Alcuni anni fa è morto il mio papà. Ho percepito il dolore, ma col dolore c’era anche tanta dolcezza. Ricordo come fosse ieri il momento in cui ci siamo fissati negli occhi. È stato poche ore prima della sua dipartita, ci siamo fissati a lungo, per diversi minuti, in silenzio, le parole non servivano, ma so che in quello sguardo ci siamo detti più cose di quante ce ne siamo detti durante la sua vita. È stato uno sguardo profondo che so andava ben oltre le coscienze del Sé fisico, del Sé istintivo e del Sé mentale.

Da cosa dipende allora il dolore? Il dolore è un’emozione e proviene solo ed esclusivamente dal Sé istintivo. È solo lui che vive di emozioni, è lui che raggiunge il suo obiettivo di sopravvivere nel mondo gestendo i rapporti sociali attraverso, appunto, le emozioni. L’amore del Sé istintivo verso i parenti e gli amici è il sentimento più importante per tutti i mammiferi ed è alla base dell’attaccamento che, a sua volta, è alla base del dolore.

Sempre nel libro Le 3 Menti Inconsce spiego come e perché nell’essere umano si riesce a raggiungere con estrema fatica la maturità emotiva. La maturità emotiva è quella condizione per cui il Sé istintivo si sente forte, autonomo, sicuro di sé e in grado di portarci per il mondo a realizzare il nostro sogno avendo completamente tagliato il cordone ombelicale e avendo maturato che in ogni luogo e in ogni situazione possiamo esprimere al meglio noi stessi.

Ora, a causa di ciò che quasi tutti i bambini percepiscono e vivono durante la gravidanza e nei primissimi mesi e anni dopo il parto, questa maturità emotiva è assai difficile da raggiungere e si resta con un vuoto affettivo che da una parte si cercherà di colmare attraverso le dipendenze e dall’altra parte creando un attaccamento più o meno forte verso le persone amate. Questo attaccamento è all’origine del dolore. Lo so, ho espresso concetti molto profondi e che richiederebbero una spiegazione approfondita, con poche parole, ma non posso in un articolo riportare il contenuto di almeno tre capitoli del libro.

Adoro la cultura indiana perché dietro ad un simbolismo che a molti può apparire infantile, nasconde una grande conoscenza delle dinamiche che vive qualsiasi essere umano. Ad esempio la dea kali, che viene raffigurata come terrifica, rappresenta proprio ciò che incontra chi è molto attaccato alle cose o alle persone. Più c’è un vuoto affettivo e più c’è bisogno. Più c’è bisogno e più c’è attaccamento. Più c’è attaccamento e più sarà doloroso separarsi da ciò che riempie il vuoto. Tempo fa ho scritto un articolo sul blog relativo all’attaccamento e alla dea kalì.

Ora se il Sé istintivo di una persona ha vissuto esperienze dolorose nella sua infanzia, è facile che abbia un grande vuoto affettivo ed è quindi molto probabile che tenda ad attaccarsi molto alle persone che ama. Di conseguenza è facilissimo che quella persona soffrirà tanto per la perdita del suo amato.

Ma quella persona è per forza destinata a soffrire così tanto? Si, se l’Io osservatore è convinto di essere lui a soffrire anziché la sua componente emotiva, il Sé istintivo (identificazione), oppure se non ha avuto il tempo o la possibilità di educarlo per superare l’attaccamento. Ma, come abbiamo sostenuto più sopra, così come può identificarsi con il Sé istintivo e il Sé mentale, l’Io osservatore ha anche la possibilità disidentificarsi e di diventare maestro di queste coscienze “inferiori” e di educarle. Così come il Sé istintivo ha appreso convinzioni, atteggiamenti e attaccamenti a seguito di esperienze vissute nell’infanzia, allo stesso modo può apprendere altri modelli se gli vengono insegnati correttamente.

Nei miei libri e nei miei corsi esorto a compiere quel processo di conoscenza, di guarigione e di integrazione del Sé istintivo e del Sé mentale, perché solo così possiamo colmare quel vuoto che genera l’attaccamento prima che si arrivi al distacco. Non sto dicendo che sia un processo velocissimo, banale o indolore, ma se lo portiamo a termine, percepire il dolore del Sé istintivo sarà naturale, ma il dolore potrà presto essere sostituito da un dolce ricordo che resterà sempre nel cuore.

Il secondo argomento, quello della paura della morte, è strettamente legato al primo. In questo caso non si tratta più della paura di perdere una persona cara, ma di perdere la vita stessa.

Ancora una volta, la paura è un’emozione naturale, è una spinta del Sé istintivo mirata alla sopravvivenza. È l’emozione che permette alla gazzella di produrre quell’ormone chiamato cortisolo e di fuggire più rapidamente per sfuggire alla morte. Ma la gazzella, così come il leone e qualsiasi altro animale, quando si ammala o arriva a perdere le forze per la vecchiaia, non vive nel terrore, cerca un luogo appartato e si ritira per morire.

Ancora una volta ciò che provoca il terrore della morte è l’attaccamento. Molti sostengono che la morte fa paura perché è la soglia verso l’ignoto, ma a mio parere non è così, o perlomeno, a mio parere quella è una giustificazione che si dà il Sé mentale per giustificare un’emozione che non si vorrebbe vivere.

A mio parere più il Sé istintivo è emotivamente maturo e ha quindi vissuto una vita piena e appagante, più è in grado di accettare la morte con una certa serenità, come qualcosa di ineluttabile che fa parte della vita, così come la nascita.

Tanti anni fa ebbi una prostatite e l’esame del sangue rivelò un valore del PSA elevato. Andai a vedere sul web e lessi che quel valore poteva essere associato al tumore alla prostata. Subito mi sentii invaso dalla paura, una paura istintiva che non riuscivo a placare. Ci vollero alcuni giorni per tornare sereno ed affrontare quella che poi quella si è rivelata essere una semplice infiammazione, con la dovuta tranquillità. La paura era solo del Sé istintivo, l’Io non aveva la forza per placarla. Questo è un assioma fondamentale nell’essere umano: coscienza superiore comanda su coscienza inferiore, ma se le due sono in conflitto, vince sempre la coscienza inferiore. Una declinazione di questo assioma è: quando volontà ed emozione sono in conflitto, chi vince è sempre l’emozione.

Una volta superata la prostatite avrei potuto non pensarci più, ma una simile scelta avrebbe significato rimanere sempre in balia della paura della morte. Sapendo che la paura è solo del Sé istintivo, spettava solo a me prenderne coscienza e aiutarlo a risolvere il suo attaccamento. Lavori in corso, ma oggi posso dire che più che la morte, ciò che mi fa ancora un po’ di paura è il dolore che potrebbe intervenire con la malattia, prima o durante l’atto del morire.

Se ciò che affermo è vero, se le emozioni, e quindi anche la paura, sono del Sé istintivo e se è vero, come insegnano in molti, anche se con parole diverse, che possiamo diventare suoi maestri, sta solo a noi farlo. Sta solo a noi scegliere di vivere nell’inconsapevolezza o di dedicare qualche minuto al giorno per conoscere il Sé istintivo, amarlo e aiutarlo a crescere così che ci permetta di vivere una vita più matura, consapevole e appagante. Come ho scritto sopra potrebbe non essere un compito rapido e semplicissimo, ma a mio parere conoscere e integrare il Sé istintivo è uno degli scopi più belli e importanti per ciascun essere umano.

L’ultimo aspetto che ho trattato nel post pubblicato su facebook riguarda il festeggiare la morte. So che alcune culture lo fanno, forse perché credono più profondamente di noi in una realtà sottile oltre la vita materiale o forse per loro condizionamenti culturali. Ma se anche fosse, tra il nostro condizionamento che ci porta all’attaccamento e a piangere e soffrire e il loro che li porta a festeggiare, preferisco decisamente il loro.

Ma non mi piace parlare di condizionamenti preferisco parlare di educazione e di consapevolezza. Il credere in una realtà spirituale, laddove non sia stata sperimentata, è un atto di fede, ma se davvero crediamo di essere anime incarnate e se davvero crediamo in una vita oltre la morte, allora, nel momento in cui avessimo superato l’attaccamento, perché non festeggiare il ritorno dell’anima al suo piano di coscienza?

Non mi piace parlare di me e di ciò che ho sperimentato, ma, senza entrare nei dettagli, ho vissuto esperienze che mi hanno portato a conoscere la mia realtà animica, ad essere quella realtà e a vedermi nella forma sottile che appartiene a quella realtà. Sono state esperienze di breve durata, non sono un illuminato e non ho portato su questo piano di coscienza la coscienza animica. So di avere ancora degli aspetti di me da integrare, ma so per certo che la vita prosegue su un altro piano dopo l’esperienza terrena. Non mi dispiace di non aver portato sul piano terreno lo stato di coscienza che ho sperimentato, devo integrare ancora alcune parti di me e questo mi dà gioia così come mi dà gioia ciò che faccio per gli altri. Il giorno che lascerò questo corpo spero si faccia una grande festa, non per celebrare il personaggio che sto interpretando in questa vita, ma per festeggiare il ritorno a casa dopo una meravigliosa esperienza terrena.

Una cosa è la mia esperienza, ma ciò che desidero è portare esperienze di altri e soprattutto riscontri che provengano dal mondo scientifico. Per questo colgo tutti i segnali che provengono dalla scienza e che sostengono ciò che affermano tutte le religioni e che, in parte, ho sperimentato. Per questo ho scritto con gioia un articolo sul blog quando il Corriere della Sera ha pubblicato la notizia che la coscienza sopravvive alla morte cerebrale. La scoperta è stata il frutto di una ricerca condotta in diversi ospedali su persone che hanno avuto un arresto cardiaco per oltre tre minuti e sono poi ritornate alla vita.

Sono piccoli passi, sono piccoli segnali, ma ci aiutano a credere, finchè non lo avremo sperimentato, che quell’Io osservatore che a volte si sveglia e si chiede “chi sono io?”, sopravvive al nostro corpo. Sono segnali che ci aiutano a credere nell’esistenza di una realtà sottile che ancora non conosciamo, ma che non dovrebbe farci paura, anzi, che dovrebbe stimolare in noi il desiderio di conoscerla e sperimentarla anche qua, sulla Terra.

So che non è un compito semplicissimo, so che ci remano contro secoli di condizionamenti e vuoti affettivi e attaccamenti e bisogni che nascono da un Sé istintivo emotivamente immaturo, ma sta solo a noi cambiare questo stato delle cose. Magari a piccoli passi, ma coi piccoli passi si possono coprire distanze infinite.

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