Chi ha paura della morte?

By 21 dicembre 2017 Blog 10 Comments

KaliAlcuni giorni fa ho pubblicato un post su Facebook che ha generato non pochi commenti e data l’importanza del tema trattato mi è sembrato opportuno approfondire l’argomento. Ecco il post così come l’ho pubblicato:

Una cara amica, ancora giovane, si sta preparando per lasciare il corpo con grande dignità e pace interiore. E’ davvero ammirabile la serenità che leggo nei suoi occhi.

Comprendo il dolore delle persone che le sono vicine perchè so che sentiranno la sua mancanza, ma non comprendo quelle persone che parlano di spiritualità e poi soffrono per lei, magari solo a parole. Ma santiddio, si parla tanto di anima immortale e poi piangiamo, anzichè festeggiare, quando una persona termina la sua esperienza terrena.

Se crediamo in un mondo spirituale, perchè vivere una vita di inconsapevolezza e affrontare poi la morte ancora inconsapevolmente?

Ricordo con amore le parole che il mio fratello di luce mi comunicò nel 1998 e che ho pubblicato nel libro Cronaca di un Risveglio Spirituale:

“Sarai orgoglioso della mia venuta….

Lungo il sentiero che porta a Dio si trova la Morte. E’ come girare l’angolo. Tutta la pesantezza cade e ti trovi finalmente libero dalle catene.

E’ stupido averne paura, la Morte libera l’anima che, finalmente, può tornare al Signore suo.

Sappi o uomo che la vita è un sogno, la morte è la veglia tra due sogni. Svegliati e la Morte sarà la tua liberazione.”

 

Non è facile parlare della morte perché si tratta di qualcosa di sconosciuto. È un tema che smuove le emozioni più profonde, dal dolore alla paura, fino al terrore, per questo vorrei affrontarlo usando, per quanto mi è possibile, il buon senso e basandomi su ciò che ho sperimentato in tanti anni di lavoro, prima di tutto su di me.

Inizierei questa analisi affrontando innanzitutto l’aspetto del dolore, per poi passare alla paura e lascerei come ultimo il tema del festeggiare la morte, perché ha senso solo se crediamo nell’anima e in una realtà spirituale.

Nonostante nel post abbia scritto che comprendo perfettamente il dolore che provano le persone che sono vicine alla persona defunta, alcuni hanno commentato sottolineando questo aspetto, invece di cogliere ciò che volevo dire e cioè che non comprendo chi parla di spiritualità e, non essendo toccato direttamente dalla perdita, invece di accogliere la scelta animica di chi se ne va, commenta con termini quali “povera”, “che destino”, e così via.

Lo ripeto, comprendo perfettamente il dolore legato alla perdita di un parente, soprattutto quando è un genitore, un coniuge, e ancora di più un figlio. È normale, è umano. Però anche su questo aspetto possiamo intraprendere una discussione serena.

Lo so che molti già conoscono Le 3 Menti Inconsce e il mio pensiero, ma devo partire dal presupposto che qualcuno potrebbe non aver letto il mio libro e non potrebbe dunque comprendere le basi su cui costruisco il ragionamento.

La scienza ha dimostrato (MacLean 1990) che nell’essere umano coesistono tre cervelli autonomi ed indipendenti: uno che si occupa esclusivamente del corpo, uno che gestisce i rapporti sociali attraverso le emozioni e uno che ci permette di pensare e usare la razionalità. Quest’ultimo cervello si è sviluppato soprattutto nel mammifero umano. Nel mio libro “Le 3 Menti Inconsce”, basandomi sull’evoluzione della vita sulla Terra, sostengo che questi tre cervelli in realtà sono tre coscienze, tre soggetti pensanti autonomi, ciascuno con i propri obiettivi da perseguire: il Sé fisico, il Sé istintivo e il Sé mentale. Tre menti che vengono chiamate erroneamente inconscio e da queste tre menti dipendono la malattia fisica, ma anche tutti i blocchi, le insicurezze, le emozioni negative, le fobie, le paure, gli ostacoli che troviamo sul nostro cammino e che ci impediscono di vivere felici e appagati.

Nell’essere umano c’è però una quarta coscienza, una coscienza che non è presente negli altri mammiferi e che ci permette di osservarci, di essere consapevoli del nostro agire, del nostro provare emozioni e del nostro pensare. Questa coscienza è l’Io osservatore, quella coscienza che per gli studiosi dorme per il 95-99% del tempo lasciandoci in balia del mammifero umano, che si manifesta con le ambizioni, le convinzioni, i giudizi, le rigidità, la razionalità, le aspettative del Sè mentale, con le pulsioni, il bisogno d’amore, le paure, le ansie, il dolore, la frustrazione, la rabbia, la pigrizia, la gioia, la voglia di giocare e la ricerca del piacere del Sè istintivo e, infine, con i bisogni primari come la fame, la sete, il sonno e l’impulso sessuale del Sè fisico.

Riguardo alle motivazioni che mi hanno portato a considerare l’Io osservatore come emanazione dell’anima – che è penetrata nel corpo per sperimentare la materia e, soprattutto, le emozioni – rimando al libro sopra citato. Per ora mi limiterei a riconoscere nell’essere umano la presenza di una coscienza “superiore” e a considerare il fatto che questa coscienza può insegnare alle coscienze inferiori nuovi modelli di pensiero e di comportamento, così come abbiamo potuto forse sperimentare personalmente e come insegnano da anni psicoterapeuti e formatori in ogni settore della vita

Ora torniamo al tema della morte e al dolore che ci provoca la perdita di una persona cara.

Una delle prime cose che possiamo osservare è che non tutti soffrono allo stesso modo. Ci sono persone che dopo alcuni giorni o settimane di lutto, tornano alla loro vita normale ricordando con dolcezza la persona defunta e persone che soffrono per anni, alcuni per tutta la vita. Perché? Già questa considerazione dovrebbe farci riflettere. Se da un lato è vero che ci possono essere diverse sensibilità, d’altra parte è altrettanto vero che, e ne ho conosciute parecchie, ci sono persone estremamente sensibili che hanno superato la morte di un familiare in un tempo relativamente breve.

Alcuni anni fa è morto il mio papà. Ho percepito il dolore, ma col dolore c’era anche tanta dolcezza. Ricordo come fosse ieri il momento in cui ci siamo fissati negli occhi. È stato poche ore prima della sua dipartita, ci siamo fissati a lungo, per diversi minuti, in silenzio, le parole non servivano, ma so che in quello sguardo ci siamo detti più cose di quante ce ne siamo detti durante la sua vita. È stato uno sguardo profondo che so andava ben oltre le coscienze del Sé fisico, del Sé istintivo e del Sé mentale.

Da cosa dipende allora il dolore? Il dolore è un’emozione e proviene solo ed esclusivamente dal Sé istintivo. È solo lui che vive di emozioni, è lui che raggiunge il suo obiettivo di sopravvivere nel mondo gestendo i rapporti sociali attraverso, appunto, le emozioni. L’amore del Sé istintivo verso i parenti e gli amici è il sentimento più importante per tutti i mammiferi ed è alla base dell’attaccamento che, a sua volta, è alla base del dolore.

Sempre nel libro Le 3 Menti Inconsce spiego come e perché nell’essere umano si riesce a raggiungere con estrema fatica la maturità emotiva. La maturità emotiva è quella condizione per cui il Sé istintivo si sente forte, autonomo, sicuro di sé e in grado di portarci per il mondo a realizzare il nostro sogno avendo completamente tagliato il cordone ombelicale e avendo maturato che in ogni luogo e in ogni situazione possiamo esprimere al meglio noi stessi.

Ora, a causa di ciò che quasi tutti i bambini percepiscono e vivono durante la gravidanza e nei primissimi mesi e anni dopo il parto, questa maturità emotiva è assai difficile da raggiungere e si resta con un vuoto affettivo che da una parte si cercherà di colmare attraverso le dipendenze e dall’altra parte creando un attaccamento più o meno forte verso le persone amate. Questo attaccamento è all’origine del dolore. Lo so, ho espresso concetti molto profondi e che richiederebbero una spiegazione approfondita, con poche parole, ma non posso in un articolo riportare il contenuto di almeno tre capitoli del libro.

Adoro la cultura indiana perché dietro ad un simbolismo che a molti può apparire infantile, nasconde una grande conoscenza delle dinamiche che vive qualsiasi essere umano. Ad esempio la dea kali, che viene raffigurata come terrifica, rappresenta proprio ciò che incontra chi è molto attaccato alle cose o alle persone. Più c’è un vuoto affettivo e più c’è bisogno. Più c’è bisogno e più c’è attaccamento. Più c’è attaccamento e più sarà doloroso separarsi da ciò che riempie il vuoto. Tempo fa ho scritto un articolo sul blog relativo all’attaccamento e alla dea kalì.

Ora se il Sé istintivo di una persona ha vissuto esperienze dolorose nella sua infanzia, è facile che abbia un grande vuoto affettivo ed è quindi molto probabile che tenda ad attaccarsi molto alle persone che ama. Di conseguenza è facilissimo che quella persona soffrirà tanto per la perdita del suo amato.

Ma quella persona è per forza destinata a soffrire così tanto? Si, se l’Io osservatore è convinto di essere lui a soffrire anziché la sua componente emotiva, il Sé istintivo (identificazione), oppure se non ha avuto il tempo o la possibilità di educarlo per superare l’attaccamento. Ma, come abbiamo sostenuto più sopra, così come può identificarsi con il Sé istintivo e il Sé mentale, l’Io osservatore ha anche la possibilità disidentificarsi e di diventare maestro di queste coscienze “inferiori” e di educarle. Così come il Sé istintivo ha appreso convinzioni, atteggiamenti e attaccamenti a seguito di esperienze vissute nell’infanzia, allo stesso modo può apprendere altri modelli se gli vengono insegnati correttamente.

Nei miei libri e nei miei corsi esorto a compiere quel processo di conoscenza, di guarigione e di integrazione del Sé istintivo e del Sé mentale, perché solo così possiamo colmare quel vuoto che genera l’attaccamento prima che si arrivi al distacco. Non sto dicendo che sia un processo velocissimo, banale o indolore, ma se lo portiamo a termine, percepire il dolore del Sé istintivo sarà naturale, ma il dolore potrà presto essere sostituito da un dolce ricordo che resterà sempre nel cuore.

Il secondo argomento, quello della paura della morte, è strettamente legato al primo. In questo caso non si tratta più della paura di perdere una persona cara, ma di perdere la vita stessa.

Ancora una volta, la paura è un’emozione naturale, è una spinta del Sé istintivo mirata alla sopravvivenza. È l’emozione che permette alla gazzella di produrre quell’ormone chiamato cortisolo e di fuggire più rapidamente per sfuggire alla morte. Ma la gazzella, così come il leone e qualsiasi altro animale, quando si ammala o arriva a perdere le forze per la vecchiaia, non vive nel terrore, cerca un luogo appartato e si ritira per morire.

Ancora una volta ciò che provoca il terrore della morte è l’attaccamento. Molti sostengono che la morte fa paura perché è la soglia verso l’ignoto, ma a mio parere non è così, o perlomeno, a mio parere quella è una giustificazione che si dà il Sé mentale per giustificare un’emozione che non si vorrebbe vivere.

A mio parere più il Sé istintivo è emotivamente maturo e ha quindi vissuto una vita piena e appagante, più è in grado di accettare la morte con una certa serenità, come qualcosa di ineluttabile che fa parte della vita, così come la nascita.

Tanti anni fa ebbi una prostatite e l’esame del sangue rivelò un valore del PSA elevato. Andai a vedere sul web e lessi che quel valore poteva essere associato al tumore alla prostata. Subito mi sentii invaso dalla paura, una paura istintiva che non riuscivo a placare. Ci vollero alcuni giorni per tornare sereno ed affrontare quella che poi quella si è rivelata essere una semplice infiammazione, con la dovuta tranquillità. La paura era solo del Sé istintivo, l’Io non aveva la forza per placarla. Questo è un assioma fondamentale nell’essere umano: coscienza superiore comanda su coscienza inferiore, ma se le due sono in conflitto, vince sempre la coscienza inferiore. Una declinazione di questo assioma è: quando volontà ed emozione sono in conflitto, chi vince è sempre l’emozione.

Una volta superata la prostatite avrei potuto non pensarci più, ma una simile scelta avrebbe significato rimanere sempre in balia della paura della morte. Sapendo che la paura è solo del Sé istintivo, spettava solo a me prenderne coscienza e aiutarlo a risolvere il suo attaccamento. Lavori in corso, ma oggi posso dire che più che la morte, ciò che mi fa ancora un po’ di paura è il dolore che potrebbe intervenire con la malattia, prima o durante l’atto del morire.

Se ciò che affermo è vero, se le emozioni, e quindi anche la paura, sono del Sé istintivo e se è vero, come insegnano in molti, anche se con parole diverse, che possiamo diventare suoi maestri, sta solo a noi farlo. Sta solo a noi scegliere di vivere nell’inconsapevolezza o di dedicare qualche minuto al giorno per conoscere il Sé istintivo, amarlo e aiutarlo a crescere così che ci permetta di vivere una vita più matura, consapevole e appagante. Come ho scritto sopra potrebbe non essere un compito rapido e semplicissimo, ma a mio parere conoscere e integrare il Sé istintivo è uno degli scopi più belli e importanti per ciascun essere umano.

L’ultimo aspetto che ho trattato nel post pubblicato su facebook riguarda il festeggiare la morte. So che alcune culture lo fanno, forse perché credono più profondamente di noi in una realtà sottile oltre la vita materiale o forse per loro condizionamenti culturali. Ma se anche fosse, tra il nostro condizionamento che ci porta all’attaccamento e a piangere e soffrire e il loro che li porta a festeggiare, preferisco decisamente il loro.

Ma non mi piace parlare di condizionamenti preferisco parlare di educazione e di consapevolezza. Il credere in una realtà spirituale, laddove non sia stata sperimentata, è un atto di fede, ma se davvero crediamo di essere anime incarnate e se davvero crediamo in una vita oltre la morte, allora, nel momento in cui avessimo superato l’attaccamento, perché non festeggiare il ritorno dell’anima al suo piano di coscienza?

Non mi piace parlare di me e di ciò che ho sperimentato, ma, senza entrare nei dettagli, ho vissuto esperienze che mi hanno portato a conoscere la mia realtà animica, ad essere quella realtà e a vedermi nella forma sottile che appartiene a quella realtà. Sono state esperienze di breve durata, non sono un illuminato e non ho portato su questo piano di coscienza la coscienza animica. So di avere ancora degli aspetti di me da integrare, ma so per certo che la vita prosegue su un altro piano dopo l’esperienza terrena. Non mi dispiace di non aver portato sul piano terreno lo stato di coscienza che ho sperimentato, devo integrare ancora alcune parti di me e questo mi dà gioia così come mi dà gioia ciò che faccio per gli altri. Il giorno che lascerò questo corpo spero si faccia una grande festa, non per celebrare il personaggio che sto interpretando in questa vita, ma per festeggiare il ritorno a casa dopo una meravigliosa esperienza terrena.

Una cosa è la mia esperienza, ma ciò che desidero è portare esperienze di altri e soprattutto riscontri che provengano dal mondo scientifico. Per questo colgo tutti i segnali che provengono dalla scienza e che sostengono ciò che affermano tutte le religioni e che, in parte, ho sperimentato. Per questo ho scritto con gioia un articolo sul blog quando il Corriere della Sera ha pubblicato la notizia che la coscienza sopravvive alla morte cerebrale. La scoperta è stata il frutto di una ricerca condotta in diversi ospedali su persone che hanno avuto un arresto cardiaco per oltre tre minuti e sono poi ritornate alla vita.

Sono piccoli passi, sono piccoli segnali, ma ci aiutano a credere, finchè non lo avremo sperimentato, che quell’Io osservatore che a volte si sveglia e si chiede “chi sono io?”, sopravvive al nostro corpo. Sono segnali che ci aiutano a credere nell’esistenza di una realtà sottile che ancora non conosciamo, ma che non dovrebbe farci paura, anzi, che dovrebbe stimolare in noi il desiderio di conoscerla e sperimentarla anche qua, sulla Terra.

So che non è un compito semplicissimo, so che ci remano contro secoli di condizionamenti e vuoti affettivi e attaccamenti e bisogni che nascono da un Sé istintivo emotivamente immaturo, ma sta solo a noi cambiare questo stato delle cose. Magari a piccoli passi, ma coi piccoli passi si possono coprire distanze infinite.

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  • silvana scrive:

    Sono pienamente d ‘accordo. Dovremo imparare a superare la paura della morte, a considararla un processo naturale . nel libro “e venne chiamata due cuori ” di Malow Morgan viene raccontato come vivono la morte gli aborigeni dell’aoutback australiano. Anche noi dovremo affrontare la morte con quella serenita’

    • Stefano Armando Maracino scrive:

      Carissimo Antonio,
      non so se ti ricordi di me, sono venuto a tre dei tuoi corsi (sempre contentissimo di esserci e di aver scoperto una persona serissima nella ricerca e che si adopera nell’operare nell’aiuto vero alle persone).
      Sono d’accordissimo in tutto e per tutto sulla tua lunga lettera … e a supporto consiglierei alle persone di leggere bene bene (sottolineato) due opere fondamentali di Rudolf Steiner (Teosofia e La Scienza occulta).
      Steiner penso che sia abbastanza conosciuto e il suo valore indiscutibile!
      Vent’anni fa non avrei potuto essere così sicuro, del mio consiglio perché certe cose di cui lui (Steiner) parla non le avevo ancora sperimentate di persona.
      Mi riferisco al mondo che si trova di là e le sue peculiarità. Purtroppo (o per fortuna, ma lo devo ancora realizzare) la mia vita è legata alla morte di mia nonna che per farmi nascere, aiutando l’ostetrica, scivolò sulle acque che mia madre aveva versato (allora si nasceva ancora in casa) batté la testa e morì. Mia madre era svenuta perché ero un “tantino” grosso (più di 4kg e mezzo) ed io ero cianotico per il cordone ombelicale attorcigliato al collo. Immaginatevi l’ostetrica poverina che situazione stava vivendo. Rivissuto, in una regressione, il momento della nascita, ho percepito una gran convulsione attorno a me. E’ il motivo per cui non soffro il disordine (il primo imprinting). Dopo ho subìto, negli anni a venire, il senso di colpa che da mia madre a suo padre (mio nonno) hanno sempre alimentato dicendo: Hai preso il posto di mia moglie .. e Stefanino non festeggiamo il tuo compleanno perché sai che mi ricorda la morte di mia madre.
      Racconto questo, non per impietosire, ma per far capire in maniera più chiara cosa c’è di là.
      Ora mi spiego meglio … da piccolino spessissimo ero portato (e ora penso che sia stata mia nonna) in luoghi meravigliosi, in astrale tantissimo. Mi sentivo letteralmente sollevato dalle spalle e portato a visitarli con la loro atmosfera pregnante (è l’unica definizione che riesco a dare con le parole), affinché potessi sopportare la crudezza e durezza della vita qui sulla terra. Mio padre ci picchiava e picchiava anche la mamma così spesso con talmente tanta violenza che per un bambino non è facile da sopportare. Ma qualcuno (io penso) voleva che rimanessi integro e contento. Tanto che dopo aver visitato quei luoghi ritornavo beato (una sensazione che non potrei tutt’ora spiegare) e vivevo tutta la giornata senza la paura di buscarle. Cosa molto importante per far sì che si possa vivere una vita equilibrata (ragionamento che faccio ora col senno di poi, ovviamente).
      Non racconto tutte le altre esperienze vissute che ho riletto (e ritrovato) nelle pagine di Rudolf Steiner perché sarebbe prolisso; tuttavia posso giurare che c’è tanta verità e chiarezza nel suo modo di scrivere (in realtà sono conferenze le sue) che è una carezza per l’anima e ancor di più una certezza per lo spirito (il nostro vero IO).
      Grazie Antonio per le tue lettere che leggo volentieri e se credi fai leggere pure il mio commento alle altre persone, se pensi che possa dare loro un sollievo.
      P.S. Mi sono permesso di raccontare certe cose con tranquillità (tanti anni fa mi avrebbero dato del pazzo a parlare dei miei viaggi astrali) anche perché ormai i tempi sono maturi e spero che più persone abbiano la fortuna e la voglia di affrontarne uno.

  • Antonella scrive:

    Rispetto alla prima parte della mia vita ho cambiato molto la mia idea riguardo alla morte. Quando ero più giovane ne avevo timore e cercavo di tenerla il più lontano possibile dalla mia quotidianità. Col tempo aumentano le esperienze in cui la si incontra… e ho cercato di entrare in contatto con ciò che mi suscitava a livello emotivo. Piano piano ho iniziato a “viverla” e osservarla nelle circostanze come un passaggio. E sai ? Nell’episodio di quando è morto il mio nonno, persona a cui ero molto legata … ho avuto un sogno circa un mese dopo la sua dipartita … stavamo al telefono e so che ho chiesto a lui le mie perplessità riguardo ciò che ancora mi “toccava” da vicino … e lui ( che sapevo che temeva il momento della sua “partenza “) mi ha risposto con serenità. Rincuorandomi sul fatto che è un passaggio a cui ci si prepara tutta la vita in quanto è un passaggio di stato importante e l’anima, quando avviene, è sempre pronta … anche se le circostanze apparenti in cui essa avviene possono turbare la nostra parte mentale.
    Grazie per questo articolo, Antonio.
    :-)

  • Vittorio scrive:

    Condivido pienamente quanto detto nell’articolo. So per costante, anche se non continua, esperienza diretta che quando si arriva a contemplare colui che sa di se (l’io osservatore) si sperimenta una pienezza rassicurante che non lascia spazio a dubbi. P.S. Mia sorella è passata a miglior vita il mese scorso.

  • sabrina scrive:

    Ciao Antonio… mi sembra di capire che allora la causa sia l’attaccamento ed ecco la paura della morte. Ma come va risolto l’attaccamento? Grazie mille.

    • Antonio Origgi scrive:

      Ciao Sabrina, in una risposta veloce posso dirti che l’attaccamento si risolve guarendo le ferite infantili del Sè istintivo che hanno generato quel vuoto affettivo che provoca l’attaccamento. E’ tutta una questione di educazione delle nostre coscienze inferiori, il Sé istintivo e il Sè mentale. ne parlo nei miei video, negli articoli del blog e nei miei libri

  • Alan scrive:

    Un articolo molto piacevole e veritiero
    Complimenti per la sensibilità e la conoscenza Antonio.
    Noi umani dovremmo attingere molto di più dalla nostra coscienza cosmica mi dispiaccio molto a vedere le masse di persone che non riflettono abbastanza e non ascoltano la propria coscienza scivolando nello squallore e il degrado diffuso questo argomento che Antonio divulga è alla base di tutte le soluzioni del genere umano va divulgato
    Bravo Antonio
    Grazie
    Alan

  • Carlo Delli scrive:

    Non voglio raccontare un episodio personale, anche se gli episodi personali sono importanti e tutti degni di attenzione, ma mi fa piacere comunicare cosa penso e sento personalmente della morte. Ci sarebbero com’è ovvio mille altre cose da dire e tanto da obiettare ma, pur tralasciando molti argomenti e solo accennandone alcuni, bisogna pur dire qualcosa di tutto ciò che crediamo e sentiamo.

    La morte. Bell’argomento! Nel più antico poema, L’epopea di Gilgamesh, tutto ruota intorno all’angoscia della morte. A un certo punto dello sviluppo del Sé Mentale – e secondo me anche dell’Io Cosciente – l’essere umano si è reso conto che tutto ciò che aveva provato e stava provando sarebbe finito… già, finito dove? Nel nulla è la prima risposta! Ma questo è insopportabile! Tutte le culture antiche, pensiamo a quella egiziana, sono dominate dai tentativi di vincere la morte.
    Ma la morte è naturalmente invincibile, in senso proprio: noi siamo quello che siamo anche perché destinati a morire, è la nostra NATURA, altrimenti saremmo altro.

    Per non morire ecco la religione. Nata per cercare di condizionare le sconosciute Forze della Natura, fa nascere poi gli Dèi, e infine DEVE promettere la vita eterna. Cosa credibile in quanto le menti umane hanno capacità “spirituali”, possono avere “visioni”, cioè comunicare davvero con entità non materiali, la cui presenza è esperienzialmente sicura. Su queste esperienze mentali possiamo poi ben inventare di tutto, e CREDERCI.
    La varietà di modi inventati da religioni e “spiritualismi” per credere di non morire, è incredibilmente varia, anche se la nostra “scelta” dipende spesso, guarda caso, da DOVE ma anche da QUANDO siamo nati, se fossi nato qui ma nell’anno mille ora sarei un cattolico.
    Quindi prima soluzione, con infinite varianti: basta avere una fede, credere che le nostre e altrui visioni appartengano a un ALTRO mondo, nel quale ci accomoderemo dopo la finta morte che subiremo in questo. Tutte queste sono ottime FEDI: chi ci crede fermamente e costantemente fino alla fine ha risolto il problema.

    Un altro metodo è valutare religioni e filosofie, studiare la fisica, interessarci alle menti dell’essere umano e alle nostre menti, credere CON RAZIOCINIO alle altrui e alle nostre visioni, per farci un’idea di chi siamo. Questo metodo non dà certezze sulla nostra “sopravvivenza” in un ALTRO mondo, perché un altro mondo NON c’è. Si può arrivare a infinite conclusioni: dalla fede che le Stringhe siano Dio e che nelle Stringhe rivivremo, fino a ateismo e materialismo più completi. Ma è il metodo che io preferisco.

    Il primo grande Maestro in questo è Epicuro, un asceta che puntava sui piaceri sì, ma dell’anima, ed evitava i piaceri del corpo. È l’inventore del “catechismo”, un concentrato di regole da ripetersi a memoria; oggi sappiamo che è un modo di influenzare il Sé Istintivo e il Sé Mentale. Per lui noi abbiamo sì un’anima, ma anch’essa è fisica e si disperde col corpo. È inutile pensare alla morte: quando ci siamo noi non c’è lei e quando c’è lei non ci siamo noi: la morte quindi per noi è niente. Gli dèi certamente esistono ma non sono quelli descritti dalle religioni, e non hanno rapporti con noi. Gli umani sono immortali già qui: nel piacere dell’anima ecco abbiamo raggiunto il massimo, e provarlo in eterno è inutile, come cercare qualcosa che abbiamo già. Infine è grandioso il concetto che “non è simile a mortale l’essere umano che vive tra beni immortali”, e i beni immortali sono soprattutto l’amicizia, la filosofia e la conoscenza della Natura.
    Ho avuto il merito di studiare e accogliere in me molte idee epicureiste. Ho poi avuto il dono di incontrare Antonio Origgi e l’opportunità di imparare così che il mio Io Cosciente può conoscere, comunicare, diventare amico e Maestro del Sé Mentale e del Sé Istintivo. Epicuro a questo non c’era arrivato, ma nessuna religione ha colto questo aspetto fondamentale, nemmeno l’induismo così attento alla mente umana, e nemmeno la filosofia greca. Insomma è incredibile: tutti ci han detto “conosci te stesso” ma nessuno poi ci ha detto come…per questo ci voleva Origgi!
    L’unico punto che ho sperimentato essere falso nella filosofia epicureista è il rapporto con “gli dèi”. È palese che esiste una forza universale che ci circonda e ci riempie, che possiamo chiamare Energia Creatrice, Madre Eterna, Spirito Universale, Sé Superiore o se volete anche Dio. Epicuro stesso aveva capito che esiste una realtà “Superiore”, dichiarando evidente l’esistenza degli dèi, ma non aveva còlto che con questa Forza noi possiamo interagire, cosa invece molto importante.

    Epicuro supera insomma “laicamente” la paura della morte, la supera in QUESTO MONDO, e io ho abbracciato la sua posizione. È la posizione di chi è COSCIENTEMENTE SODDISFATTO della sua condizione di un ESSERE UMANO che come minimo:
    1) rivendica con piacere questo suo essere;
    2) crede che conoscenza, creatività e amore giustifichino positivamente la vita, e rendano la morte non il contrario della vita ma una parte, marginale, di essa;
    3) crede che serenità e felicità siano ciò a cui tutte le persone mirano, e che si raggiungano conoscendo, creando e amando;
    4) ha fatto la scelta intellettuale di credere che esistano il bene e il male, e la scelta etica che il bene e tolleranza siano valori positivi da perseguire e che il male e l’intolleranza siano disvalori da combattere,
    Tutto il resto viene di conseguenza.

    A questo aggiungiamo, come già detto, il rapporto che noi possiamo avere con la nostra Madre Eterna, e il gioco è fatto. Accolgo la morte come naturale fine della vita per quello che sono, un ESSERE UMANO. So che la morte esiste per gli esseri viventi e arriverà: non mi fa piacere, ma l’accolgo come San Francesco: Sorella Morte. Non credo come lui in un dio personale, non credo in nessuno dei tanti ALTRI MONDI di cui leggo o di cui mi parlano, ma sto bene lo stesso.
    Quando il mio Sé Istintivo e forse il mio Sé Mentale, raramente, mi dicono che temono la morte, li abbraccio, do loro ragione, ma li parlo. Ho davanti le fotografie di grandissime persone – Epicuro, Socrate, Pericle, Einstein, Russell, Popper, Leopardi, etc – e dico loro: “Queste grandissime persone sono morte, molte serenamente, chi siamo noi per non voler morire?” Oppure cito a memoria al mio Sé Istintivo le parole scritte da Epicuro morente: <> Il mio Sé Istintivo allora spesso piange, ma piangendo sorride anche, e si placa sempre.

    Qualsiasi metodo o fede non funziona se non convince il Sé Mentale e soprattutto il Sé Istintivo: in caso di conflitto il Sé più “basso” vince sempre. E siccome in realtà non lo convincono quasi mai, l’espediente principe che le nostre menti adottano, almeno nella civiltà occidentale, è: non pensarci! Le nostre menti seppelliscono l’argomento prima di esserne seppellite! Direte che sotto sotto l’idea c’è: sì, ma guardate che spesso è davvero molto ma molto sotto, i nostri Sé sono potentissimi e il problema della morte proprio non viene alla Coscienza, ogni tanto si fanno le corna e via! Questo è anche il metodo di chi adotta una religione: non conosco nessuna persona che ci creda davvero!!, altrimenti la paura della morte non la avrebbero!

    Infine è vera la massima di La Rochefoucauld: “La morte non ci può apparire da lontano così come ci apparirà da vicino”. “Sai di dover morire?”: tutte rispondiamo “Sì, lo so…” ma inconsciamente aggiungiamo “…ma non oggi”… nessuna di noi può essere sicura di cosa proverà se e quando si accorgerà di dover morire da lì a poco.
    Ma la vita per fortuna NON è un film, dove il finale può cambiarne tutto il senso. La vita è TUTTA la storia, non il suo finale. E il bello è che la cosa più importante non è ciò che accade ma COME MENTALMENTE NOI VIVIAMO CIÒ CHE ACCADE, dobbiamo imparare soprattutto questo, e la morte avrà il suo giusto, piccolo peso. Il finale nella vita non conta nulla. “Bebìoka!” esclama Epicuro, ho vissuto!

    Menèceo

    • Antonio Origgi scrive:

      Grazie Carlo per il tuo commento, però ci sn alcune cose del tuo scritto che fanno riflettere:
      Siamo davvero certi che la religione sia nata per rispondere alla paura di non morire? Chi ce lo ha raccontato? E chi l’ha raccontato c’era quando sono nate le prime religioni animiste?
      E poi, parli di dei e grande madre, ma chi sono costoro? Sono immortali? Se li nomini significa che c’è un rapporto con loro. Siamo sicuri che questo rapporto si esaurisca con la morte del Sè fisico?
      Come spieghi le evidenze scientifiche che la coscienza sopravvive alla morte cerebrale?
      Potrei andare oltre, ad esempio raccontandoti di esperienze personali di ciò che è la coscienze umana al di la del corpo fisico, ma penso che ci dia già tanto da riflettere

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